Vi proponiamo di seguito un estratto del libro Paesaggi in ombra - esplorare e riconoscere il "paesaggio" attraverso la percezione visiva consapevole, di Alessandro Tugnoli , socio fondatore dell'Associazione e.ventopaesaggio e socio AIAPP, che affronta in maniera critica il problema della definizione del paesaggio in Italia.

  

Dopo aver discusso della necessità di avere a disposizione una soddisfacente definizione del termine “paesaggio” in questa parte cominceremo ad entrare nel merito della questione.

E’ ovvio che nel corso del tempo si è assistito sia a cambiamenti del significato del termine per il mutare degli atteggiamenti culturali sottesi ai diversi paradigmi disciplinari che man mano sono stati ritenuti convincenti, sia a mutazioni del modo di intendere quanto “percepito” delle cose che descrivono il mondo che ci circonda.

A partire dagli anni ‘80 del secolo scorso si è assistito ad una accelerazione dell’interesse nella materia per effetto di una maggiore attenzione verso le questioni ambientali più generali; questioni ambientali che si sono riverberate in rinnovati approcci rivolti alla progettazione ed alla pianificazione promuovendo nuove domande. Qualche passo in avanti, almeno dall’inizio del nuovo secolo, avremmo quindi dovuto compierlo, ma non è stato proprio così. Con la posizione assunta dalla Convenzione Europea del paesaggio sottoscritta a Firenze il 20 ottobre 2000, che ha fornito finalmente una definizione largamente accettata, un primo soddisfacente risultato pareva raggiungibile. Invece, i contenuti delle normative di recepimento, perlomeno quelle portate avanti nel nostro Paese, non sono riuscite a riproporla con la giusta angolazione. Ed anche questo tassello ci ha fatto procedere più indietro che avanti nella direzione della semplificazione o della chiarificazione, contribuendo ad aggiungere confusione alla confusione.

Tutto quanto è cominciato sin dalla traduzione del testo dalla lingua originale. In effetti la formulazione originale della definizione, in lingua inglese, definiva il paesaggio come: “an area, as perceived by people, whose character is the result of the action and interaction of natural and/or human factors”. Definizione che veniva poi tradotta nella versione ufficiale come “una determinata parte di territorio, così come percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. Già questa traduzione semplificata non è riuscita a determinare un condiviso sistema di accettazione. O meglio: anche la maggior parte di coloro che vi fanno ricorso la utilizzano come una formuletta per poi “manovrare” come se non esistesse. Così ognuno continua a muoversi autonomamente con i propri punti di vista e le proprie credenze individualistiche.

Già il fatto che la formulazione originale fosse in altra lingua non ha aiutato a semplificare le questioni in discussione; ed inoltre ciò, che è ancora peggio, non ha facilitato una corretta ed univoca interpretazione. Ad esempio, la dizione  “così come percepita dalle popolazioni” non è l’unica traduzione possibile di “as perceived by people”.

Se il termine “people” della versione in inglese fosse stato tradotto con “persone”, come si dovrebbe, e non con “popolazione” diverse delle perplessità e confusioni appena citate potrebbero ridursi o cadere definitivamente. Non solo ci sarebbe una collimazione con la realtà scaturita dalle attuali conoscenze sulla percezione visiva, ma si verrebbero anche ad eliminare quelle difficoltà di interpretazione della “traduzione collettivistica” della percezione che tanti dubbi ha finito per sollevare.

E’, infatti, abbastanza palese che la percezione avvenga da parte delle singole “persone” che rimangono, come conseguenza, il soggetto fondamentale di questo particolare comportamento cognitivo. Semmai, permane il problema di una traslazione dell’individuale in una idonea forma di assunzione collettiva di queste percezioni singole con le sue conseguenze in termini di socializzazione.

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Peraltro, mantenendoci strettamente aderenti alla versione ufficiale ci si potrebbe anche chiedere: quali popolazioni? Ci sono delle particolari componenti di quelle popolazioni che possiedono questa facoltà o deve essere l’intera popolazione che è indicata allo svolgimento di quelle percezioni? E poi: con quali strumenti ottenere la comprensione di una percezione collettiva (di questa popolazione)? Visto che non è proprio immediata la possibilità di conversione di un comportamento (percettivo) per sua natura singolo ed individuale, in un fenomeno collettivo. Tali domande non solo risultano plausibili, ma costituiscono l’ossatura di una forte critica ad una interpretazione diretta e lineare degli intendimenti della CEP che una discreta parte di coloro che hanno studiato la materia ne ha fatto.

Da questi dubbi è nata una ipotesi alternativa. Se la traduzione della suddetta dizione fosse diversamente formulata mantenendosi più aderente al linguaggio comune, forse si potrebbero ottenere risultati migliori. Vediamo come.

La titolarità dell’ipotesi sostenuta è peraltro rafforzata dalla presenza della parola “population” in altra parte della versione in inglese. A dimostrazione del fatto che, seppur in altro contesto espressivo, la opportunità di fare ricorso al termine collettivo nel testo è stata tenuta in giusta considerazione ed è stata utilizzato quando serviva. Mentre il termine adottato “people”, in quanto diverso, potrebbe dimostrare proprio la volontà di esprimere un qualcosa di specifico e di alternativo a quello di “popolazione”. La versione ufficiale ha stimolato numerose interpretazioni da far nascere persino una corrente di pensiero che, basandosi proprio sul termine “popolazione”, ha costruito, o sta cercando di farlo, una specifica branca di “azione” con radicamenti ed ideologie piuttosto consistenti.[58]

Si deve ricordare, ancora una volta, che con queste obiezioni non si vuole negare l’opportunità di agire attraverso forme di partecipazione democratica dei cittadini alle scelte di una eventuale trasformazione di un paesaggio. Ma si vuole solo sottolineare l’irriducibilità della percezione ad un fatto collettivo diretto.

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In merito alla definizione di paesaggio espressa dalla CEP pare necessario sottolineare anche un secondo aspetto. Nella formulazione comunitaria, come si è visto, si affrontano entrambi i punti fondamentali della questione paesaggistica: la percezione delle persone e le caratteristiche costitutive dell’oggetto percettivo. Nella prima parte si assegna all’atto della percezione il compito di definire i soggetti del riconoscimento paesaggistico (le persone) e la sua entità terrena (un’area geografica appunto); mentre con la seconda parte si designa la modalità specifica con cui riconoscerlo, interpretarlo, discriminarlo.

E’ appunto in questa seconda parte che si ritrova l’argomento più innovativo introdotto dalla CEP: le interrelazioni tra fattori naturali ed antropici quale meccanismo concettuale dirimente la particolare forma di interscambio tra contesto paesaggistico e soggetto percettivo. Sono queste interrelazioni nel loro interscambiarsi e combinarsi reciprocamente che permettono di diversificare le diverse realtà locali i forma di “paesaggio”. Ed è l’insieme combinatorio delle relazioni di reciprocità che qualifica ciascun paesaggio dagli altri paesaggi e da altre forme di conoscenza (territoriali, ambientali, ecologiche, ecc.) più di ogni altra componente presa singolarmente.

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Una peculiare connotazione del Paesaggio risiede proprio nel fatto che il suo riconoscimento debba avvenire principalmente con altre informazioni: quelle di insieme.

[...] Quella che abbiamo proposto è l’unica definizione possibile? Anche questa risposta per noi merita la modalità negativa. Ma rimanendo all’interno del campo della sintesi retorica e della coerenza metodologica quello proposto ci pare proprio un compromesso accettabile. Nella definizione della CEP c’è anche, ovviamente, un retaggio culturale dovuto alle conoscenze attuali ed al particolare momento storico che stiamo vivendo. In futuro, anche avendo acquisito altre conoscenze, è possibile che si richiedano aggiustamenti ed anche modifiche sostanziali. Ma questa è la storia della nostra umanità e di questo dovremo essere fieri, non certo dispiaciuti.

 

 

[58] Vedi A. Magnaghi “Politiche e progetti di territorio per il ripopolamento rurale” in www.storicamente.org/quadterr2/magnaghi.html, ma anche P. Baldeschi nella “Introduzione” di M. R. Gisotti “L’invenzione del paesaggio toscano. Immagine culturale e realtà fisica” Edizioni Polistampa, Firenze, 2008 o anche “Editoriale”, “Agricoltura senza paesaggio” e “Castelfalfi” in CONTESTI 1/2008, Firenze.

 

 

Convenzione Europea del Paesaggio

European Landscape Convention


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